Il portale del Lazio scomparso - Alla riscoperta dei luoghi di un passato lontano e carico di suggestione
 
 
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LE TERRE DELLA FARNESIANA

di Luca Bellincioni

 

Tra Tarquinia e Allumiere, all'estremità nord-occidentale dei Monti della Tolfa, si estende una delle aree più integre e suggestive del Lazio. Sono le cosiddette "Terre della Farnesiana", cuore della Maremma Laziale, antico possedimento dei Farnese, che ivi, tra il XV e il XVII secolo, sfruttavano le miniere della Tolfa. Praticamente sconosciuta ai più, questa zona regala emozioni intense in un viaggio senza tempo. Distese infinite di grano e pascoli, ondulate e sinuose come fossero dipinte, verdissime all'inizio della primavera, gialle e riarse in estate, contrastano fortemente con le scure macchie delle rocciose colline tolfetane. Un paesaggio tipicamente maremmano, ove la presenza umana, che apparentemente si limita a qualche raro casolare, è in realtà forte e visibile nel lavoro del campi, che qui sono curati con estrema dedizione. Siamo nella terra degli Etruschi, il cui mito è sempre nell'aria, inafferrabile e misterioso, ma anche dei "butteri", mitici personaggi che qui da generazioni governano mandrie di vacche maremmane, sempre a cavallo, custodi indomiti del proprio territorio.

Cuore di questo angolo magnifico di Lazio è il borgo della Farnesiana, situato in una località pittoresca e composto da un gruppo di casette in parte dirute e in parte restaurate, un'enigmatica chiesa neogotica in rovina e un grosso casolare dalla forma tozza e spartana. La Farnesiana è un vecchio villaggio di minatori e allevatori, caduto in abbandono col cessare della attività estrattive presso Allumiere, ed oggi trasformato in agriturismo. Alla Farnesiana si è rapiti subito dall'atmosfera strana e alienante: il paesaggio, spoglio e solitario, eppure splendido nella sua spiccata caratterizzazione, è ravvivato dalle presenza di allevatori e semplici amanti del cavallo vestiti un po' alla cow boys, che scorazzano per gli immensi pascoli circostanti. Il tutto concorre a creare uno scenario quasi da film western, anzi un po' "alla messicana", se vogliamo. Bisogna dire a proposito che tutta la zona di Tarquinia e della Tolfa, paradiso per gli appassionati di equitazione, è stata negli ultimi anni pubblicizzata come una specie di "far west laziale": una propaganda, questa, che se ha avuto l'indiscutibile risultato positivo di rivalutare turisticamente il territorio, alla lunga rischia di camuffarne l'identità, ponendo in secondo piano le peculiarità del passato etrusco, con i suoi paesaggi e con le testimonianze archeologiche della sua irripetibile civiltà, troppo ricca per essere svilita da atteggiamenti banalmente esterofili.

Lasciataci quindi alle spalle la Farnesiana, e proseguendo verso mare in una campagna che si fa sempre più pittoresca, ci attende un'altra sorpresa: le rovine di Cencelle. Stavolta l'immagine di questa antica cittadina medioevale, i cui abitanti fondarono poi l'attuale Civitavecchia (dopo che il pericolo delle incursioni saracene venne meno), ci riporta senza tentennamenti alla vera storia di questo territorio, in cui nell'Alto Medioevo si diffuse il fenomeno dell'incastellamento, benché oggi rimangano in piedi pochi dei siti edificati all'epoca. A Cencelle il senso di desolazione giunge al proprio culmine, pure a causa - occorre dirlo - dello stato di degrado in cui giacciono i ruderi e gli scavi in corso, con l'erba altissima che sommerge il tutto e in cui è complicato, laddove non impossibile, farsi largo. Tuttavia, la mancata valorizzazione turistica del luogo (che potrebbe tranquillamente divenire una sorta di "Vulci medievale") fa sì che l'atmosfera sia incredibilmente romantica, priva dal prosaico vai e vieni di visitatori, con tanto di pullman, moto, auto e camper. Il viaggiatore si trova infatti a curiosare fra queste antiche pietre praticamente in solitudine, con tutt'attnorno un paesaggio solenne, quasi surreale, e in forte contraddizione con gli orrori della vicina centrale di Civitavecchia che spicca sull'orizzonte marino. Di Cencelle è rimasto poco, ma quel poco rimanda all'immaginazione di una città che fu viva, vissuta. Oggi l'area della "città morta" abbisogna di interventi mirati di consolidamento e restauro: si parla da anni di un recupero in chiave turistica del sito, e auspichiamo che ogni progetto che lo vedrà protagonista rispetterà comunque la bellezza del luogo senza inutili stravolgimenti.

Ma le sorprese delle Terre della Farnesiana non finiscono qui. Da Cencelle una sterrata porta alla base della collina di Ripa Maiala. Si tratta di un enorme masso allungato di trachite, per tre quarti circa coperto dalla macchia e invece da un lato strapiombante con una scoscesa parete dall'aspetto discontinuo, in quanto incisa da grotte e crepacci; negli immediati pressi si vede un'altra rupe solitaria, dalla forma vagamente cupolare. Morfologie di questo tipo non sono rare sulla Tolfa e anzi si ripetono, in maniera peraltro più marcata, nella zona del Sasso (Cerveteri), ove svettano i famosi Sassoni di Furbara, altro paesaggio fantastico, purtroppo in questi ultimissimi anni assediato dall'edilizia selvaggia di schifose ville di sbruffoni arricchiti. Qui no: salendo a Ripa Maiala, ci siamo quasi dimenticati di essere nel XXI secolo: non una casa che non sia contadina, non una costruzione fuori posto, la maremmana "Tuscia felix" si lascia ammirare in tutto il suo splendore. Il comodo sentierino intanto offre vedute sensazionali su Cencelle che da qui appare molto simile, come urbanistica, con la sua corona di torri (purtroppo mozze), al celebre borgo di Monteriggioni, nel Chianti. Ci si inerpica via via in un paesaggio assai suggestivo nella sua asprezza, con una moltitudine di massi che punteggiano la campagna, e che paiono essere stati lanciati da chissà dove. Si giunge infine alla base di Ripa Maiala, ove non è difficile veder volteggiare coppie di enormi rapaci (si parla del biancone e del lanario), che qui nidificano nonostante l'invadente presenza di cacciatori ed arrampicatori, che rischiano di allontanare definitivamente queste specie. Nella zona nidificava fino a qualche decennio fa addirittura il capovaccaio, che oggi è quasi estinto in Italia e sopravvive soltanto in Sardegna. A questo punto la riflessione sorge spontanea: è più importante permettere a pochi di "giocare" con la natura (e nel caso dei cacciatori di danneggiarla) o conservarla beneficio di tutti? E chi scrive non è mai stato a priori contro la caccia, se entro certi limiti, mentre per quanto riguarda gli arrampicatori (che non raramente sono anche e sopratutto appassionati di natura), ho sempre pensato che la valorizzazione turistica delle aree naturali possa contribuire alla loro tutela, in un'epoca di immani devastazioni cementificatrici come quella contemporanea, ove se le caratteristiche naturali di un luogo non hanno valore "economico e materiale" (in questo caso agro-pastorale e turistico), esso diviene immediatamente "terreno" per i costruttori. Ad ogni modo, in alcuni casi, come a Ripa Maiala e in altre località della Tolfa, stante l'eccezionale valenza naturalistica, oggi andrebbero senz'altro posti vincoli ad ogni attività venatoria e sportiva.

Da Ripa si apre all'improvviso un panorama amenissimo verso un gruppo di verdi alture tolfetane, che erano state invisibili fino a quel momento; in mezzo, un'ampia vallata intatta e d'una bellezza primordiale. Un contrasto fra rocce e foreste assolutamente meraviglioso. Il sole inizia poi a calare, e le prime luci crepuscolari indorano la rupe, accentuando i profili delle colline e dei campi, che in controluce appaiono come un immobile mare di terra. Come sempre quando si torna sulla Tolfa, ci si chiede (pur sapendo la risposta) poiché tutto il comprensorio non sia ancora protetto da un parco nazionale. Ma questo è un altro discorso e non vogliamo rovinarci la giornata con le solite riflessioni sulla follia umana. Per ora ce ne andiamo dalle Terre della Farnesiana, sperando di tornare al più presto, già però con la malinconia e con la consapevolezza di aver lasciato lì un pezzo del nostro cuore.

Testo di Luca Bellincioni

 

 

 
 

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